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Come si finanzia un'azienda: finanza agevolata, business angel, venture capital e private equity, fase per fase

Quattro fonti di capitale che non si sostituiscono a vicenda. Ognuna entra in una fase precisa della vita dell'azienda, chiede cose diverse e dà cose diverse. Una mappa per capire a chi bussare, quando, e cosa aspettarsi in cambio.

Come si finanzia un'azienda: finanza agevolata, business angel, venture capital e private equity, fase per fase

La domanda "come mi finanzio" ha una risposta diversa a seconda di dove si trova l'azienda. Un'idea con un prototipo, un'azienda che fattura due milioni con margini sani e un'azienda che fattura venti milioni ma non paga i fornitori sono tre situazioni che interessano a tre tipi di finanziatori diversi, con logiche che hanno poco in comune.

Confonderle costa tempo. Ho visto mesi passati a cercare un fondo di venture capital per un'azienda che il venture capital non avrebbe mai guardato, o a compilare un bando quando la cosa che serviva era un socio. Questa nota mette in ordine chi entra in quale momento, cosa chiede e cosa lascia.

Prima una precisazione sui termini, perché nella pratica si confondono. Capitale di rischio significa che il finanziatore entra come socio: mette soldi, prende quote, guadagna se l'azienda vale di più. Capitale di debito significa che presta e vuole indietro il capitale con gli interessi, comunque vada. La banca è debito. Angel, venture capital e private equity sono capitale di rischio. La finanza agevolata è un caso a parte: denaro pubblico, in parte regalato e in parte prestato a condizioni migliori del mercato.

La mappa delle fasi

Semplificando, un'azienda attraversa quattro situazioni tipiche, e ogni fonte di capitale ne copre una o due.

Nella fase di avvio (pre-seed e seed) c'è un'idea, un prototipo, i primi clienti. Il fatturato è zero o quasi e il rischio è che il prodotto non serva a nessuno. Qui entrano i business angel, i bandi per nuove imprese e i primi fondi seed.

Nella fase early stage il prodotto funziona, ci sono clienti che pagano, il fatturato cresce ma l'azienda perde soldi perché investe più di quanto incassa. Il rischio è che il modello non scali. Qui entra il venture capital.

Nella fase di crescita e maturità l'azienda è profittevole, ha una struttura, un mercato, margini stabili. Il rischio è di crescere troppo piano o di non riuscire a passare di mano. Qui entra il private equity, insieme ai bandi per investimenti e internazionalizzazione.

Nella crisi, infine, l'azienda ha una struttura e un mercato ma non regge il debito, ha perso margine o cassa, e il rischio è la chiusura. Qui entrano gli operatori specializzati in distressed e turnaround.

Tenere presente questa sequenza evita l'errore più comune, che è chiedere alla fonte sbagliata.

1. Finanza agevolata

Cos'è. Contributi pubblici, europei, nazionali o regionali, erogati tramite bandi. Prendono tre forme principali. Il fondo perduto è denaro che non va restituito. Il finanziamento agevolato è un prestito a tasso zero o vicino allo zero, spesso con anni di preammortamento. Il credito d'imposta è una riduzione delle tasse in proporzione a una spesa fatta. A questi si aggiungono le garanzie pubbliche, che non danno soldi ma permettono alla banca di prestarli.

In quale fase. In tutte, con strumenti diversi. Per le nuove imprese esistono misure dedicate a fondo perduto, spesso con vincoli sull'età o sul genere dei fondatori o su territori specifici. Per le aziende avviate i bandi finanziano investimenti precisi: macchinari, digitalizzazione, ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, efficienza energetica. Per le aziende in crisi la finanza agevolata è quasi assente, perché quasi tutti i bandi escludono chi ha problemi con fisco, contributi o affidabilità bancaria.

Cosa chiede. Un progetto scritto prima di spendere, spese documentate e coerenti con quel progetto, tempi rispettati, rendicontazione. Quasi tutti i bandi finanziano una percentuale della spesa, dal 20 al 70% e raramente di più, quindi l'azienda deve avere il resto. E il contributo arriva dopo, a fine progetto o a stati di avanzamento, spesso mesi dopo il pagamento delle fatture. La cassa per anticipare va trovata altrove.

Cosa dà. Denaro che non diluisce le quote e, nel caso del fondo perduto, non va restituito. È l'unica fonte in questo elenco che non chiede né quote né interessi di mercato.

Cosa non dà. Flessibilità e tempo. Un bando finanzia quello che dice il bando, nei tempi del bando. Chi imposta gli investimenti inseguendo i contributi finisce per fare le cose che il bando premia invece di quelle che servono all'azienda.

Quando usarla. Quando l'investimento è già deciso e serve comunque, così il bando lo rende più economico. Non come unica fonte per un'azienda che ha bisogno di cassa per operare.

2. Business angel

Chi sono. Persone fisiche, in genere ex imprenditori, manager o professionisti, che investono capitale proprio in aziende appena nate in cambio di quote. Spesso mettono insieme al denaro esperienza e relazioni. Investono da soli o in gruppo, attraverso club o reti organizzate.

In quale fase. Avvio. Sono quasi sempre i primi soldi esterni dopo quelli dei fondatori e delle loro famiglie. I biglietti tipici in Italia vanno da qualche decina a qualche centinaio di migliaia di euro per singolo investitore, e un round da angel arriva raramente sopra il mezzo milione.

Cosa chiedono. Una quota, di solito tra il 5 e il 20% complessivo per il round, e una valutazione dell'azienda che in questa fase è più una convenzione che un calcolo. Un patto tra soci che regola cosa succede se l'azienda viene venduta, se entrano altri investitori, se un fondatore esce. Nei casi migliori chiedono anche un ruolo: consigliere, apertura di porte, qualche ora al mese.

Cosa danno. Capitale in una fase in cui nessun altro lo darebbe. Velocità, perché un angel decide in settimane e non in mesi. E, se è quello giusto, competenza specifica e accesso al round successivo.

Cosa non danno. Capitali grandi e capitali ripetuti. Un angel investe una volta e raramente segue nei round successivi con cifre importanti.

A cosa fare attenzione. All'angel sbagliato: chi vuole entrare nell'operatività, chi chiede quote sproporzionate, chi impone clausole che renderanno difficile far entrare un fondo dopo. Il patto tra soci del primo round condiziona tutti i round successivi, e va letto pensando a quelli.

3. Venture capital

Cos'è. Fondi che raccolgono denaro da investitori istituzionali e lo investono in aziende giovani ad alto potenziale di crescita, in cambio di quote di minoranza. Guadagnano quando vendono le quote, a un'altra azienda, a un fondo più grande o in borsa, tipicamente dopo cinque-otto anni.

In quale fase. Seed avanzato ed early stage. I round hanno nomi convenzionali: seed (da centinaia di migliaia fino a un paio di milioni), Serie A (qualche milione), Serie B e successive (decine di milioni). A ogni round l'azienda deve aver dimostrato qualcosa in più, nell'ordine: il prodotto, i clienti, una crescita ripetibile, un percorso credibile verso il profitto.

Cosa cerca. Aziende che possono diventare dieci o venti volte più grandi. Non si tratta di un giudizio sulla qualità: un'attività ottima che può crescere del 15% l'anno non interessa al venture capital, perché il modello del fondo si regge su pochi investimenti che ripagano tutti gli altri. Cerca mercati grandi, prodotti replicabili senza costi proporzionali, team che sanno eseguire.

Cosa chiede. Quote di minoranza, in genere tra il 15 e il 30% per round, accompagnate da una serie di diritti: un posto in consiglio di amministrazione, il veto su alcune decisioni (vendita, nuovo debito, nuove emissioni di quote), la liquidation preference (in caso di vendita il fondo recupera il suo investimento prima degli altri soci), il diritto di seguire i round successivi. Chiede reporting mensile e obiettivi di crescita che diventano vincolanti nella pratica anche quando non lo sono nel contratto.

Cosa dà. Capitale in quantità che nessun altro dà a un'azienda in perdita. Accesso a round successivi, a clienti, a manager. Disciplina nella gestione, che per molti fondatori è il beneficio più grande e insieme il più sgradito.

Cosa non dà. Tempo per pensarci. Un'azienda finanziata da venture capital deve crescere, e deve farlo a un ritmo che permetta al fondo di uscire entro il suo orizzonte. Chi vuole costruire con calma un'azienda profittevole e tenersela farebbe bene a non prendere venture capital.

Il costo vero. Non è la quota ceduta ma il cambio di traiettoria. L'azienda smette di essere del fondatore e diventa un progetto con un calendario. Se il calendario non si rispetta, i round successivi avvengono a valutazioni più basse e la quota del fondatore si riduce in fretta.

4. Private equity per aziende sane

Cos'è. Fondi che comprano quote di aziende già profittevoli, spesso di maggioranza e a volte di minoranza qualificata, con l'obiettivo di farle crescere e rivenderle dopo quattro-sei anni a un multiplo più alto.

In quale fase. Maturità. Le aziende che interessano al private equity hanno margini positivi e stabili, in genere un EBITDA sopra i due-tre milioni per i fondi più piccoli e sopra i dieci per quelli medi. Non entrano dove il modello di business deve ancora essere dimostrato.

Cosa cerca. Aziende con una posizione difendibile in un mercato che non sta sparendo, con margini di miglioramento operativo che il fondo sa di poter realizzare (acquisizioni di concorrenti, espansione all'estero, professionalizzazione del management) e con un imprenditore che vuole vendere in tutto o in parte.

Cosa chiede. Il controllo, o quasi. Il fondo entra spesso in maggioranza, con l'imprenditore che reinveste una parte del ricavato per restare socio di minoranza. Chiede governance formale: consiglio, comitati, budget, reporting. E quasi sempre porta debito: una parte del prezzo di acquisto viene finanziata da banche con prestiti garantiti dall'azienda stessa, che dovrà ripagarli con i propri flussi di cassa. Questa è la leva, ed è il motivo per cui il private equity può pagare multipli più alti di un compratore industriale.

Cosa dà. All'imprenditore, liquidità: è il modo più comune per monetizzare parte di quello che ha costruito senza uscire del tutto. All'azienda, capitale per acquisizioni, management, metodo, e un secondo momento di vendita, l'uscita del fondo, in cui la quota residua dell'imprenditore vale di più.

Cosa non dà. Pazienza. Il fondo ha un orizzonte e deve rispettarlo. Il debito con cui è entrato riduce i margini di errore: un'azienda che prima poteva permettersi un anno storto, con la leva addosso non se lo può più permettere.

Il vincolo principale. La vendibilità. Un'azienda che dipende dall'imprenditore, con contratti informali e numeri non verificabili, non è acquistabile da un fondo a prescindere da quanto guadagna. Ho scritto una nota su cosa mettere in ordine nei dodici mesi prima.

5. Private equity per distressed asset e turnaround

Cos'è. Operatori specializzati, fondi di turnaround, investitori in crediti deteriorati e a volte gruppi industriali, che entrano in aziende in difficoltà comprando quote, debiti o singoli asset a prezzi scontati, con l'obiettivo di risanare e rivendere.

In quale fase. Crisi. Ma non ogni crisi: interessa l'azienda che ha un'attività industriale ancora valida sotto una struttura finanziaria che non regge. Se il prodotto non si vende più, non c'è turnaround che tenga. Se il prodotto si vende e il problema è il debito, il magazzino o i costi, allora c'è.

Come entrano. In tre modi principali. Comprando i debiti: acquistano dalle banche i crediti verso l'azienda a una frazione del valore e diventano di fatto il creditore principale, con cui l'azienda deve trattare. Comprando l'azienda o i suoi asset dentro una procedura (concordato, composizione negoziata, accordi di ristrutturazione), spesso liberi dai debiti pregressi. Ricapitalizzando l'azienda con nuovo denaro, in cambio della maggioranza e di una ristrutturazione dei debiti esistenti concordata con i creditori.

Cosa chiedono. Tutto, o quasi. L'imprenditore in crisi ha poca forza negoziale, e le operazioni di questo tipo si chiudono con il controllo che passa all'investitore, un piano di risanamento vincolante, un management spesso sostituito e creditori che accettano di incassare meno del dovuto. Chiedono anche velocità, perché nella crisi ogni mese di ritardo distrugge valore.

Cosa danno. La continuità. Per un'azienda che altrimenti chiuderebbe, un investitore distressed è la differenza tra la liquidazione e la sopravvivenza dell'attività, dei posti di lavoro e di parte del valore. Per i creditori, un recupero parziale ma certo al posto di una liquidazione lunga e incerta.

Cosa non danno. Un ruolo all'imprenditore che ha portato l'azienda in crisi, salvo eccezioni. E un prezzo di mercato: il valore che si realizza è quello della crisi, non quello dell'azienda sana che era tre anni prima.

Il punto che conta. Il momento. Le operazioni di turnaround riescono quando iniziano presto, con la cassa ancora sufficiente a reggere i mesi della trattativa. Chi arriva quando la cassa è finita non tratta più, subisce. In una nota precedente ho descritto i segnali che il bilancio dà un anno prima.

Il confronto

Finanza agevolataBusiness angelVenture capitalPrivate equity (sane)Distressed / turnaround
FaseTutte tranne la crisiAvvioSeed, early stageMaturitàCrisi
Cosa serve avereUn progetto di spesa e regolarità fiscaleUn'idea e un teamCrescita rapida dimostrabileUtili stabili, azienda vendibileUn'attività valida sotto una struttura che non regge
Importi tipici20-70% di una spesa definitaDecine o centinaia di migliaiaDa centinaia di migliaia a decine di milioniMilioni o decine di milioniVariabile, spesso a sconto
Cosa cede l'aziendaNulla, ma vincoli di spesa e tempiQuote di minoranzaQuote di minoranza con diritti fortiControllo, di solitoControllo, quasi sempre
Orizzonte del finanziatoreChiusura del progetto5-10 anni, spesso indefinito5-8 anni4-6 anni2-4 anni
Cosa vuole in cambioRendicontazioneUscita in un round successivo o venditaVendita o quotazione a multipli altiRivendita a multiplo più altoRivendita dopo il risanamento
Beneficio principaleNon diluisce, non costaPrimi soldi, velocità, reteCapitale per crescere in perditaLiquidità per l'imprenditore, metodoContinuità dell'azienda
Vincolo principaleFa quello che dice il bando, arriva dopoPatto soci che condiziona il futuroTraiettoria obbligata, diluizioneDebito e orizzonte del fondoPerdita del controllo, prezzo di crisi

Tre cose da tenere a mente

Le fonti si combinano. Un'azienda in crescita può avere angel nel capitale, un bando che copre metà di un investimento in macchinari e una garanzia pubblica sul prestito bancario per il resto. La domanda utile non è quale fonte scegliere, ma quale usare per cosa.

Il capitale di rischio è un socio, non un prestito senza rate. Ha diritti, un orizzonte e un'idea precisa di come deve andare a finire. Prima di firmare vale la pena chiedersi cosa vorrà quel socio tra cinque anni. Se la risposta non piace, il capitale non è quello giusto, anche quando la valutazione è generosa.

La fase la decide l'azienda, non le ambizioni. Presentarsi a un fondo di venture capital con un'azienda profittevole che cresce del 10% l'anno, o a un private equity con un'azienda che perde soldi, vuol dire perdere un mese. Capire in quale colonna della tabella si sta è il primo passo, e spesso il più difficile, perché richiede di guardare i numeri per quello che sono.

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